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I consumi alimentari rivedono un po’ di luce

02 February 2015

Sei anni di cali dei consumi alimentari e 14 punti di perdita in valuta costante del valore del venduto hanno trovato finalmente uno stop, in chiusura del 2014. Ricordiamo che il 2013 era stato l’anno peggiore nella serie di dati negativi emersi nei sei anni di crisi, con un -3,1% in valore e un -1,2% in quantità. E ricordiamo anche che i consumi alimentari del 1° semestre 2014 erano ancora nettamente in rosso, con un -1,1% in valore, cui si affiancava un -1,4% in quantità, peggiore dello stesso    consuntivo 2013.

Ora i consuntivi 2014 oscillano, tra il +0,0% in valore stimato prudentemente da Federalimentare, e il +0,6% di Ismea-GfkEurisko. Cui si affianca, secondo la stessa fonte, un +0,5% in quantità. Le variazioni Ismea sono riferite agli 11 mesi 2014, ma ormai si possono ritenere proiettate a fine anno: un singolo mese può portare infatti solo ritocchi marginali. Ricordiamo che il “panel famiglie” di Ismea-GFK-Eurisko monitora gli acquisti non solo nel canale  GDO, ma anche nel dettaglio tradizionale, nei mercati rionali e nelle aree di distribuzione coperte dagli ambulanti e dal porta a porta.

Comunque, è chiaro che il cambiamento c’è stato, e si è concretizzato rapidamente nel secondo semestre dell’anno. Per cui, al di là della fonte, si può affermare che la “cura dimagrante” finalmente è finita. E’ stata una cura micidiale, che ha portato a un calo medio annuo dei consumi alimentari, sull’arco 2008-2013, superiore di 0,6 punti rispetto a quello dei consumi totali del paese. E’ ben noto infatti che le famiglie hanno trovato proprio nel “food and drink”, a dispetto della sua pretesa rigidità, un ammortizzatore quotidiano e prioritario per far quadrare i conti. 

In questo contesto sofferto di lungo periodo, ad ogni modo, alcuni comparti si sono smarcati. Come la “biscotteria e pasticceria” che, secondo i dati Ismea-GFK-Eurisko, ha segnato un aumento medio annuo in volume, negli anni di crisi, del +1,4%, mentre la pasta di semola, al contrario, è scesa al tasso medio del -0,8%.

Ma torniamo ai consuntivi 2014. L’ultimo scorcio dell’anno, come si accennava, complice il calo del prezzo del petrolio, un tasso di inflazione ai minimi storici e una politica di bilancio pubblico un po’ meno restrittiva dopo anni di austerity, ha regalato una inattesa “ripresina” dei consumi alimentari delle famiglie italiane.

Sono stati  i “derivati dei cereali” a mostrare il rimbalzo 2014 più forte, con un +5,6% in valore e un +3,3% in quantità, che vengono dopo il -4,7% in valore e il -0,1% in quantità del 2013. Il rimbalzo più significativo e “sincero” del 2014 è senz’altro il +3,3% in quantità appena citato. Le oscillazioni in valore del venduto nell’ultimo biennio sono state influenzate infatti dall’andamento ondivago dei prezzi alla produzione e, a monte, dalle quotazioni delle commodity cerealicole. Positiva anche la performance 2014 del complesso dei dolciumi (+4,0% in valore e +3,7% in quantità).

Sugli altri fronti hanno brillato gli oli e grassi vegetali (+6,1% in valore e +4,7% in quantità). Mentre anche i prodotti ittici stanno risalendo la china (+1,8% in valore e +2,1% in quantità) dopo la caduta a doppia cifra del 2013. Tra le carni fresche, che avanzano nel complesso del +0,7% in valore, emergono dinamiche divergenti, con i segmenti bovino e avicolo in aumento, a fronte del calo del -6% della carne suina.  In flessione anche la spesa i salumi (-0,8%), nonostante un aumento dei volumi acquistati.

Gli italiani hanno continuato a tagliare gli acquisti di frutta e verdura fresche, con un -2,0%, dopo il -2,4% del 2013. Mentre in leggera ripresa si è posta, invece,  l’ortofrutta trasformata, con un +0,4%, dopo il -3,6% del 2013.

Un segmento in progressivo ridimensionamento nel carrello degli italiani sembra essere quello del latte e derivati (-1,1%, dopo il -3,4% dl 2013). Esso sconta la disaffezione nei confronti del latte fresco da parte di alcune fasce di consumatori e la flessione degli acquisti di formaggi.

Il comparto del “beverage”, al contrario, pare abbia trovato, dopo il tonfo del 2013 (-5,7%), un nuovo slancio (+4,0%) grazie soprattutto alle acque minerali. Per i vini il dato resta invece negativo, soprattutto in quantità.

In conclusione, il dato “orizzontale” più importante è che il futuro dovrebbe confermare e consolidare gli spunti espansivi dei consumi. La previsione ufficiale di crescita del PIL 2015 indica un tasso del +0,4%, dopo tre anni di cali. Ma la cosa veramente nuova è un’altra: per la prima volta, dopo anni di flop, la stima ufficiale, invece di essere contraddetta al ribasso, dovrebbe cambiare al rialzo. Fattori recenti e fondamentali come il calo del costo del barile, la svalutazione dell’euro e il “quantitative easing” varato dalla  BCE sono destinati tutti, in varia misura, a ridare tono al sistema e maggiore spinta alla ripresa. Le stime del Centro Studi Confindustria indicano in 0,8 punti “aggiuntivi” il beneficio recato da questi fattori sul PIL 2015, e in un punto tondo il beneficio sul PIL 2016.

Certo, con tutto il terreno che è stato perso, il percorso di recupero sarà molto lungo. Ma intanto c’è fiducia che le  dinamiche in atto consentano al 2015  di scavallare francamente, e con incertezze sempre minori, la fase peggiore della crisi.