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POMODORO CINESE ANICAV: “SULLE NOSTRE TAVOLE SOLO PELATI E PASSATE 100% ITALIANI

05 ottobre 2015

Antonio Ferraioli, presidente di Anicav, risponde all’allarme lanciato da Coldiretti sull’aumento dell’import di pomodoro cinese del 520%: “Una ‘leggenda metropolitana’ che sta creando danni alla filiera e panico tra i consumatori. Il concentrato cinese esiste ma arriva in Italia solo per essere destinato ai mercati esteri. Siamo pronti a confrontarci con imprenditori e produttori per fa valere la parte sana della nostra industria”.

 

Passate, polpe e pelati rappresentano il 98,5% dei pomodori che arrivano sulle nostre tavole, ed è tutto italiano. In Italia il consumo del concentrato è solo l’1,5% di tutti i derivati. Chi afferma il contrario è in malafede. Quella del concentrato cinese è una “leggenda metropolitana”, dura a morire, che sta creando ingenti danni alla filiera e panico tra i consumatori. Per questo, Anicav è pronta a sedersi a un tavolo con produttori e trasformatori per far valere, dati alla mano, la trasparenza con cui da sempre operano le nostre aziende e condannare fermamente ogni tipo di frode”.

Antonio Ferraioli, presidente dell’Anicav, la più grande Associazione di rappresentanza delle industrie conserviere italiane, risponde così all’allarme lanciato da Coldiretti sull'aumento esponenziale delle importazioni di concentrato dalla Cina, che sarebbero aumentate del 520% nel primo semestre 2015 e finirebbero sulle nostre tavole.

Il concentrato cinese esiste – spiega il presidente Ferraioli- ma arriva qui in ‘temporanea importazione’ - un regime doganale favorevole definito TPA (traffico di perfezionamento attivo). Il mercato della rilavorazione del concentrato è completamente svincolato da quello della lavorazione del fresco. Ne è chiara testimonianza l’aumento del prodotto fresco lavorato nella campagna che si sta concludendo, che passa dai 4,9 milioni di tonnellate del 2014 ai 5,3 milioni di tonnellate di quest’anno”.

"La procedura –sottolinea il direttore di Anicav Giovanni De Angelis-  prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Quindi il concentrato cinese (al pari di quello californiano o di altri paesi extra UE) viene rilavorato in Italia e riesportato interamente verso mercati extracomunitari, prevalentemente nord e ovest dell’Africa e Medio Oriente. La quantità di merce che entra in Italia è la stessa che esce (temporanea importazione per identità) e tutto il percorso viene documentato e sottoposto a controlli da parte della Guardia di Finanza, delle Dogane e delle autorità sanitarie. Questo vuol dire che in Italia non resta il concentrato, ma il valore aggiunto derivante dalla rilavorazione".

"L’alternativa all’eliminazione delle importazioni in TPA - precisa De Angelis- sarebbe la fuoriuscita delle aziende italiane da questi mercati a vantaggio dei paesi concorrenti, in primo luogo la Cina stessa, con la conseguente perdita dell’occupazione (sia diretta che quella dell’indotto, scatolifici, imballaggi in genere, trasporti, attività portuale ecc.) e di risorse economiche che questa produzione di nicchia riesce a dare per la destagionalizzazione (come peraltro sta già avvenendo)".

"Se la questione è l’indicazione dell'origine della materia prima - ha affermato Ferraioli - l'Industria non può che essere d'accordo, ne è testimonianza il fatto che la stragrande maggioranza dei nostri associati già indica in etichetta la provenienza italiana del pomodoro, proprio per garantire massima trasparenza al consumatore”.

“Non bisogna demonizzare né stare sempre a cercare il colpevole – conclude Ferraioli. Tutte le componenti della filiera e le rappresentanze di industria di trasformazione e agricoltori devono fare un salto di qualità e lavorare tutti assieme per la valorizzazione di questa importante componente del made in Italy”.