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Stati Uniti: unico grande mercato che “corre”

12 January 2015

Gli  USA si confermano, di gran lunga, come il primo mercato del food and drink nazionale fuori della Comunità e il terzo in assoluto, dopo Germania e Francia. Attualmente sono l’unico grande mercato che “tira”: fatto prezioso, e anche abbastanza solitario, in presenza del rallentamento di molti sbocchi, anche fra i paesi extra-UE più promettenti. Probabilmente non è lontano il momento in cui gli USA sorpasseranno la Francia e si porranno al secondo posto assoluto, dietro la Germania, fra i nostri sbocchi alimentari.

I tassi di espansione del gennaio-settembre 2014 parlano chiaro. L’industria alimentare ha esportato nel periodo 3.227,9 milioni di euro in Germania e 2.339,4 milioni in Francia, rispettivamente, con un +0,5% e un +2,3%. Mentre i 2.173,7  milioni esportati negli USA hanno messo a segno invece, col +6,5%.    

Va aggiunto che, a livello mondo, l’export complessivo di settore ha raggiunto nel periodo la quota di 19.808,6 milioni, con un +3,2%. E’ una dinamica quasi dimezzata rispetto al +5,8% registrato nel 2013. Insomma, mentre il trend complessivo e quello dei principali mercati europei hanno rallentato, gli USA sono andati in controtendenza e hanno accelerato rispetto al loro consuntivo 2013 (+5,4%). 

Va sottolineato perciò che, sui nove mesi, l’incidenza dell’export alimentare USA su quello totale di settore è salito all’11,0%, dopo il 10,7% del 2013 e il 10,5% del 2011.  Il peso strategico di questo mercato sta crescendo in modo inarrestabile, di fronte ai rallentamenti che stanno affiorando a livello globale e, nello specifico, in molte economie emergenti. Basta ricordare la riduzione in atto dei tassi di sviluppo di due  grande “driver” dell’economia mondiale, come la Cina e la Russia. Con l’embargo scattato ad agosto non è improbabile che quest’ultima, in chiusura d’anno, registri una caduta dell’export attorno a 10 punti percentuali, dopo il +24,4% del 2013.

La crescita commerciale, non solo comparativa, ma assoluta degli USA non è fenomeno volatile. Mentre la perdita di smalto di molti mercati emergenti sarà riassorbita a stento,  i tassi di sviluppo degli USA appaiono solidi, e attesi su un tasso di espansione del PIL 2015 superiore al +3%, La funzione di sostegno e compensazione di questo mercato è perciò preziosissima.  

Ma il “food and drink” nazionale oltre Atlantico si è rivelato premiante e competitivo  anche rispetto agli altri comparti nazionali. L’evoluzione del mercato USA evidenzia infatti, sul lungo periodo, due fenomeni di fondo. Il primo: l’export “complessivo” dell’Italia negli USA, che segnava 26,7 miliardi di euro nel 2000, ha toccato a consuntivo 2013 la quota di 26,9 miliardi. Ne esce una variazione decisamente piatta (+0,7%) che, se si considera l’inflazione intervenuta nel frattempo (superiore ai 32 punti), porta a una netta contrazione del nostro flusso complessivo di export in termini “reali”.  

Il secondo fenomeno è rappresentato, invece, dalla crescita parallela dell’export dell’industria alimentare, salito dai 1.605 milioni del 2000, ai 2.790,2 milioni del consuntivo 2013. Ne esce un aumento del +73,8%, e un “peso” dell’alimentare all’interno dell’export nazionale su questo mercato, che passa dal 6,0% del 2000, al 10,4% del 2013.  

Va pure detto che la dinamica espansiva del mercato USA sull’arco 2000-2013 (+73,8%) è stata inferiore a quella registrata dall’export alimentare complessivo del Paese a livello mondo (+112,3%). Ma il fenomeno è fisiologico e comune a tutti i grandi mercati, per la maggiore dinamica sul passo lungo delle economie emergenti. Le quali enfatizzano i “delta”, in quanto provengono in molti casi da livelli di export, a inizio periodo, poco più che simbolici. Del resto, anche la dinamica dell’alimentare negli USA nel citato periodo è stata inferiore a quella dell’export complessivo del Paese su questo mercato. E questo dimostra i grandi spazi specifici che esso riserva al  settore. 

Gli USA rimangono quindi la “riserva di caccia” privilegiata della nostra industria alimentare. Meritano attenzione e sforzi promozionali selettivi, mirati sulle sue aree più performanti. Come riconosce lo stesso programma promozionale Calenda che verrà sviluppato nel corso del 2015. Pur con le ombre pesanti della contraffazione e con i freni daziari ed extradaziari in atto, gli USA riservano insomma formidabili spazi di penetrazione per un’offerta di qualità come quella nazionale, saldamente al vertice nella Comunità per riconoscimenti di origine.